why?

Un motivo. Un perché. Ce ne deve sempre essere uno dietro a una decisione? E deve essere valido? Per forza? Ditemi dove sta scritto.
"Houston, abbiamo un problema, qui manca qualcosa".
Comunque, solitamente, una causa c'è. A meno di non essere impazziti del tutto. Ok sì, anche quello capita, di questi tempi poi...alt, non è il momento di divagare. Può essere che non si riesca (o non si voglia?), mettere bene a fuoco il perché, sarebbe necessario tempo per riuscire a farlo. Ma abituati a correre come il Bianconiglio chi ha più voglia di aspettare? Ne siamo ancora capaci? Come Alice ci tuffiamo forsennatamente alla ricerca di...? Attimi di vita? Frammenti di felicità? Pare però più una maratona votata a conquistare risposte che poi a comprenderle per davvero. Non si corre il rischio che, presi da tanta smania, si finisca per peccare di disattenzione passando sopra ai tanto agognati responsi? Forse sì. Forse no.

Quindi, perché un blog?
Una cara amica mi ripete da anni di stringere con le premesse e i preamboli ma proprio non riesco a farne a meno, spero mi perdonerà ma si sa, le persone non cambiano.
Un blog come spazio d'espressione, come esercizio di liberazione e di riflessione per arrivare a poter...cosa? Bah, si dice che nei viaggi non sia la meta l'aspetto importante.
Il titolo vuole riprendere il concetto - intrinsecamente legato al restauro e all'archeologia - di "Anastilosi", la cosiddetta "ricomposizione meccanica delle parti smembrate". Fosse tutto così semplice. Bastasse riassemblare i cocci, un po' di calce et voilà, che vuoi che sia, non è successo nulla. E invece.

Un perché unico, chiaro, definito e lampante non c'è...o forse non lo voglio vedere. Ci sono però una serie di eventi/coincidenze/casualità (scegliete il termine che più vi aggrada), che hanno attirato la mia attenzione: un corso del phd, lo scrivere un pezzo meta-scientifico sulla radio, un libro sulla sincronicità, il numero degli anni compiuti, una bottiglia accompagnata da due calici, un adesivo, un poster, un'esibizione di un gruppo rock, una giacca rosa.
Rosa, vi rendete conto? Se c'è un colore che proprio non ho mai sopportato è quello. Ripudiato fin dalla più tenera età, me ne sono sentita attratta istantaneamente non appena raggiunti gli anni di Cristo. E mica da una tinta pastello, no no, si sa che quando prendo una tronata la prendo forte: è proprio un mix tra le tonalità fluo e gomma da masticare (così lo definisce Zara).

Ma poi, serve davvero un perché? Ma a chi? A me no di certo, così è, e tanto basta.

Per cui, che si aprano le danze.

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