Eurovision in Turin

É andata così, né più né meno rispetto a come sarebbe dovuta andare.
Il tono pare contrariato ma non lo è, si tratta solo di stanchezza e di quel po’ di vuoto che resta addosso quando le cose grandi passano; per esprimerlo con un paragone potete pensare a un’onda che si infrange sulla spiaggia e si ritira.
Ecco, al momento è come se fossi quel tratto di rena: prosciugata ma ancora umida e arricchita da conchiglie colorate. Queste ultime sono i ricordi della folle settimana dell’Eurovision in cui no, non mi sono affatto risparmiata e difatti sono anche finita, come mio solito, al pronto soccorso (ma questo è un altro paio di maniche per quanto emblematiche).
Qualche sentore del fatto che l’aria stesse cambiando l’avevo già potuto percepire il mese scorso quando il ritorno in pista - da ballo - aveva assunto un che di molesto ma terribilmente profondo e liberatorio. Il tutto era proseguito con il primo concerto dall’inizio della pandemia nell’ultimo sabato sera di aprile: atmosfere elettroniche miste a melodie tribali, un genere indefinibile ma al contempo ancestrale e carnale impossibile da ignorare.
Di lì a pochi giorni è stato inaugurato l’Eurovillage al Valentino e, volendo subito tracciare un bilancio, il risultato un po’ fa effetto: su un totale di sette serate ne ho trascorse tre al parco e altrettante al Pala Olimpico (solo il martedì è stato di riposo); i pasti saltati sono stati quattro; le ore dormite per notte decisamente poche per essere comunque stata una settimana lavorativa (tra le quattro e le sei al massimo).

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